La personalità ossessivo-compulsiva

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La personalità ossessivo-compulsiva

Messaggioda Bron ElGram » martedì 12 dicembre 2017, 22:54


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La personalità ossessivo-compulsiva
Claudia Ciotti*

>>>PDF QUI: http://www.isfo.it/files/File/Studi%202008/Ciotti08.pdf

L' azione formativa si rivolge alla persona nella sua totalità. Non
sembra inutile qualche conoscenza più approfondita degli aspetti
psicodinamici della personalità. Poterli descrivere ci permette di
comprendere meglio la persona, di farci un'idea del suo modo di
affrontare la vita, verso quali schemi mentali e comportamentali, di relazione e
affettivi è più incline.
Nel presente articolo, affronto lo stile di personalità chiamato «ossessivocompulsivo».
Non tratto, quindi, la variante nevrotica o apertamente patologica di
questo disturbo, ma mi riferisco a caratteristiche che si ritrovano nella persona
normale e per altri aspetti ben sviluppata dal punto di vista interiore e sociale.
Ho voluto integrare i dati che deriviamo dai manuali di psicologia clinicai
con il
vissuto di fede cristiana, nella speranza di aiutare il lettore a comprendere quanto
una conoscenza più approfondita delle dinamiche psichiche, se usata correttamente,
faciliti la comprensione profonda della persona e favorisca il formatore nell'attuare
le forme di intervento più utili per una appropriazione dei valori vocazionali.
Il bisogno di tenere tutto sotto controllo e la rigidità affettiva
A livello esistenziale, il problema della personalità ossessivo-compulsiva (da ora in
poi nominata con la sigla O-C) è quello di saper padroneggiare un’ansia di fondo
che non le permette di affrontare la realtà con la giusta tensione e con la capacità di
saper gustare gli aspetti di riposo e di piacere, necessari per mantenere un buon
equilibrio a tutti i livelli.
L’ansia deriva dal bisogno di avere tutto sotto controllo e si associa a sensi di colpa
sproporzionati e spesso ad atteggiamenti autopunitivi. Per queste persone è fonte di
troppa ansia quella circostanza o situazione che si presenta come rischio, eventualità,
imprevisto, come lo è la necessità di prendere decisioni, che chiederebbe creatività e
fiducia per essere affrontata. Tanto più forte è questa ansia, tanto più la persona
sviluppa atteggiamenti ad essa proporzionali: dall'apprensione al senso di
responsabilità, all'impegno fino al perfezionismo, alla scrupolosità, o addirittura ad
una «quasi paralisi» che porta all'incapacità di decidere. Queste persone, anche
quando ottengono qualche buon risultato non riescono a provare gusto e
soddisfazione per i loro successi, magari conseguiti con sforzo e dedizione.
Tendono, invece, a viverli come qualcosa di dovuto, a sentirsi sempre inadeguati, a
considerarsi non meritevoli dei complimenti o della gratitudine degli altri.
Potrebbe essere facile prendere a prima vista questo atteggiamento per umiltà. Ma
nella personalità O-C questo atteggiamento non sarebbe tanto l'esito di una virtù
quanto invece di una costrizione interna: lui/lei non possono fare diversamente. La
controprova del fatto che non sembra un atteggiamento virtuoso è data dal tono
emotivo della persona stessa. Incapace di provare soddisfazione, essa mostra un tipo
di affetto coartato, tendente all'ansia e alla depressione o all'irritazione; non mostra
la serena disposizione di chi apprezza i successi e tuttavia non vi attacca il cuore.
Pensiamo a quanto sia difficile per tali persone sviluppare quel senso di gratitudine
liberante che deriva dall'aver scoperto la «perla preziosa» del Regno di Dio (Mt
13,46)! Quella scoperta viene subito tradotta in compito da eseguire.
Questo bisogno di avere tutto sotto controllo e di dare sempre e comunque risposte
corrette e la conseguente rigidità del mondo affettivo possono ostacolare o rendere
più difficile la crescita nei valori vocazionali. L’ostacolo è proprio nella qualità
costrittiva, non-liberante, auto-impositiva del sentire ossessivo-compulsivo che porta
a vivere i valori più come regole morali da osservare che invito a giocarsi in libertà.
Il bisogno e l'importanza attribuita alle regole, all'impegno a costo del sacrificio
personale, il desiderio di perfezione, del fare le cose bene e con criterio, sono tutti
atteggiamenti che, di per sé, non sono negativi e anzi possono essere molto utili nel
cammino di formazione. Ma nell’ossessivo-compulsivo diventano espedienti per
tamponare il pericolo di non avere tutto sotto controllo, pericolo che deve fuggire
perché se si dovesse realizzare gli comporterebbe il rischio di fare scelte
personalizzate il che è da lui/lei avvertito come minaccia o almeno come indebito
arbitrio. Sono, quindi, al servizio di una pretesa inconscia di dominare il mondo
interno ed esterno. Diminuiscono la sua libertà di movimento e rischiano di
assumere la tonalità del legalismo, della cocciutaggine e ostinazione, del
perfezionismo e della colpa, suggerendo atteggiamenti di intransigenza e rigidità
verso se stessi e verso gli altri
Un formatore o accompagnatore vocazionale dovrebbe essere attento a cogliere
questi segni per valutare quanto la persona stia effettivamente crescendo nei valori o
quanto invece sia più preoccupata ad aderire a regole e norme che diano certezze,
che le evitano l'ansia di dover decidere in prima persona, avviando un processo
illusorio di crescita che prima o poi mostrerà tutta la sua inconsistenza. La scheda in
appendice può aiutare a fare le debite distinzioni.
Ma da dove viene questa modalità inautentica? Abbiamo già detto che la personalità
O-C tende all'osservanza delle regole perché ha bisogno di avere sotto controllo la
situazione. Si sforza di fare ordine, di prevedere l'imprevedibile, di non essere
trovata indegna o inadeguata. Circa le origini di questo atteggiamento sottolineo due
aspetti che mi sembrano significativi: è un atteggiamento che risponde ad una paura
di fondo e nasce da una precomprensione illusoria.
La paura del contatto con i propri sentimenti
La paura è quella di subire la punizione (forse solo immaginata e irrealistica) da
parte delle figure autorevoli e significative nel caso che si venga trovati inadeguati.
Ma la paura è anche quella di venire a contatto con la propria aggressività: quel
potenziale reattivo che genera autonomia e affermazione di sé, che dà l’energia per
rischiare, per prendere le distanze dagli altri, per prendersi le proprie responsabilità.
La rabbia, invece, è avvertita come qualcosa di difficilmente controllabile, e
potenzialmente distruttiva, e per questo fa paura.
Questi aspetti emotivi profondi si trovano ad un livello per lo più inconscio della
personalità ed è difficile aiutare la persona a scoprirli e a liberarsene. Di fatto la
personalità O-C mostra una scarsa consapevolezza del proprio mondo emotivo, che
tende spesso a reprimere, preferendo affrontare la realtà con le armi della logica e
della ragione. Queste difese di tipo intellettualistico le permettono di evitare il
contatto con le proprie risonanze affettive. Possono avere una loro utilità in molte
circostanze, ma se usate in modo rigido ed esclusivo producono un approccio
parziale alla realtà. Le decisioni – difficili da prendere se ci si attiene solo a
considerazioni razionali – avranno il sapore dell'imposizione («si deve fare così») e
saranno dovute più al volontarismo che alla forza di volontà.
Da ciò deriva anche la difficoltà a provare una genuina contentezza per ciò che si
vive. Sul gioire per il lavoro che si sta facendo prevale la preoccupata coscienziosità.
Tutti abbiamo in mente esempi di quell'espressione sempre tesa e corrucciata,
tendente alla lamentosità e all'irritazione, di persone preoccupate dell'esecuzione
puntuale dei doveri, ma incapaci di gioia cristiana. Evidentemente, tale sentimento
profondamente evangelico – che fin dai testi paolini è ritenuto un dono dello Spirito
Santo (Gal 5,22) – stenta a fiorire sotto la tirannia del dover sempre essere come dei
bravi soldatini.
Inibendo la dimensione emotiva della vita, anche le relazioni interpersonali sono
vissute nella lealtà e nella correttezza, ma rischiano di essere un po' distaccate,
fredde, poco coinvolgenti, molto improntate sulle cose da fare, ma in cui
difficilmente emerge a consapevolezza il rapporto personale come gratuitamente
significativo. Tutto ciò che è gratuito, libero, spontaneo, non è molto familiare alla
personalità O-C.
L’attesa recondita
La precomprensione illusoria è che il mondo e la vita possano e debbano essere
totalmente sotto controllo. Si comprende la caratteristica illusoria di tale pretesa, che
probabilmente affonda le sue radici in un vissuto infantile di bisogno di sicurezza
male appagato (troppo o troppo poco), di relazioni familiari dove ha prevalso uno
stile educativo rigoroso, dove valori e regole erano tenuti in grande considerazione,
e la persona ha sviluppato un ideale di perfezione, ma dove era scarsa o
contraddittoria la comunicazione dei sentimenti e degli affetti.
Nella vita adulta è facile che si produca una tendenza a minimizzare o ad escludere
dal proprio campo di coscienza le emozioni, tranne l'ansia e talvolta la rabbia.
Quest'ultima si presenta facilmente come spontanea e automatica indignazione verso
la trasgressione (di solito più velocemente scoperta negli altri che ammessa in se
stessi). Lo scandalizzarsi facile, la difficoltà ad entrare in contatto con l'ambivalenza
della realtà (sempre esposta alla grandezza del valore morale, ma anche al disvalore)
sono atteggiamenti abbastanza comuni tra le personalità O-C. L'ambivalenza della
propria interiorità spesso viene by-passata con l'esclusione del contatto cosciente con
quelle risonanze emotive che potrebbero farne sospettare l’esistenza e al loro primo
emergere subito censurate come tentazioni disdicevoli (salvo poi ricuperarle nella
sfera delle fantasie private tenute fortemente nascoste). L'imposizione del «dover
essere» (in modo intransigente anche ai propri occhi) sembra la soluzione più
indolore. Tutto ciò che riguarda il mondo emotivo ed affettivo è per definizione
poco controllabile e fluido e rappresenta una sfida per la personalità O-C.
Essendo illusoria, la precomprensione si rivelerà prima o poi come tale e se
all’inizio serviva per tacitare l’ansia e la rabbia, alla fine non farà che aumentare
questi due sentimenti, innescando un circolo vizioso in cui il bisogno di controllo e
la frustrazione conseguente, crescono sempre di più.
Nel caso in cui l'ansia è la reazione di base più pervasiva, essa può dare origine a
sentimenti di inadeguatezza, atteggiamenti colpevolizzanti, e talora anche inclinare
verso un umore depresso (=prevalenza dell’aspetto ossessivo). Se invece prevalgono
i sentimenti di rabbia, quando superano il livello di tolleranza possono debordare
(acting-out) in azioni incontrollate, sporadiche ma intense (=prevalenza dell’aspetto
compulsivo).
Pregi che non devono diventare ostacoli
Una persona che tende alla perfezione, che è dedita alla causa, fedele nel lavoro,
coscienziosa, ordinata, riflessiva, non è forse funzionale all'istituzione religiosa, alla
comunità, ai valori del servizio e della giustizia, all'annuncio del vangelo?
Da quanto detto finora possiamo concludere che le caratteristiche della personalità
O-C diventano un problema nella misura in cui sono inconsapevoli e rigide e
riducono lo spazio della libertà. È in tal caso che la persona si trova schiacciata da
una dialettica di frustrazione e non da una dialettica di rinuncia. La differenza tra
una tensione di frustrazione e una di rinuncia è che nella prima la persona non
cresce, la tensione non produce una evoluzione, ma lascia la persona sempre più
stanca e debole. Perché, invece, ci sia una reale tensione di rinuncia che risponde al
«se vuoi...» di Gesù è necessario un certo grado di consapevolezza interioreii. Provo
ad offrire alcuni esempi di tensione che non produce crescita:
* Il tendere alla perfezione quando è vissuto come un dovere e nella paura di rendere
conto ad un giudice implacabile, non come desiderio di somigliare sempre di più a
Dio che ci ama così come siamo, aspetta con pazienza la nostra conversione e alla
fine ci farà dono della somiglianza a lui «compiendo in noi l'opera che ha iniziato»
(Cf Sal 138,8; Fil 1,6) indipendentemente dal nostro merito.
* Una modalità eccessivamente ansiosa di vivere la vita, che non consente di
gustare l'affidamento all'amore misericordioso di Dio.
* La paura di sbagliare che porta a passare in rassegna tutte le possibilità e
infinite alternative facendo diventare degli eterni indecisi.
* Un tipo di relazione formale e distante che blocca il calore dell’incontro
fraterno.
* Una scrupolosità che promuove atteggiamenti autopunitivi e induce a
ricercare continuamente il sacramento della riconciliazione, senza riuscire
mai a gustare la gioia del perdono.
La scheda in appendice può aiutare a distinguere la direzione adattiva (tensione di
rinuncia) oppure disadattiva (tensione di frustrazione) dello stesso e identico tratto di
comportamento.
Ossessività e compulsività: due manifestazioni diverse con una radice comune.
Tra le personalità O-C ve ne sono alcune più ossessive che compulsive e viceversa.
Entrambe condividono il tentativo di evitare il senso di colpa che insorge qualora si
accetti di prendere una decisione. Entrambe temono quell’autonomia che consiste
nel trovare il coraggio di affermarsi con le proprie scelte. Entrambe difendono
l'autostima evitando di entrare in contatto con l'ambivalenza del proprio sentire o del
proprio pensare.
La differenza è che gli ossessivi fronteggiano queste ansie comuni usando il
pensiero, mentre i compulsivi «preferiscono»iii l'azione.
Tutti noi probabilmente sperimentiamo delle forme di pensiero ossessivo o di azione
compulsiva, ma queste diventano patologiche solo quando raggiungono certi livelli
di disadattamento, quando sfociano o si associano ad uno stile di rigidità o sono dei
veri e propri sintomi di disagio psichico. È a questo punto che si parla di un disturbo
di personalità ossessivo-compulsivo (OCPD) o di disturbo ossessivo-compulsivo
(DOC)iv.
Gli ossessivi, quando una decisione è ormai improrogabile, sviluppano pensieri
insistenti, che possono presentarsi a diversi livelli di problematicità: da una forma di
meticolosa analisi dei pro e contro fino a forme di pensiero intrusivo, disturbante e
indesiderato, che abbinate al senso di colpa producono scrupolositàv
. L’O-C «pensa»
che frazionare in pezzi la realtà e analizzarli uno ad uno con pignoleria salvi la
precomprensione illusoria del controllo della realtà. Tali persone arrivano alla
decisione dopo lunghe trafile di valutazioni approfondite, ma ci arrivano più per
spossatezza che per libera convinzione. I manuali parlano di ruminazione,
intendendo con ciò quell'attività continua e spesso inconcludente che caratterizza il
pensiero ossessivo. Il dubbio esistenziale la fa da padrone: è quello che i primi
psicoanalisti chiamarono «mania dubitativa»vi, che può portare a non scegliere per la
paura di non controllare le conseguenze della propria scelta (spesso immaginate
come nefaste), e per il fatto che ci si sente in colpa all’idea di darsi la libertà di
prendere l’iniziativa. Se l'attività ruminativa è cospicua la persona si perde nel
valutare, ma non giunge ad una operatività né compulsiva né deliberata. È facile
immaginare il disagio che questa dinamica può creare quando la persona ha
responsabilità di governo, è un padre/madre di famiglia, o è in un cammino di
ricerca vocazionale rendendolo inconcludente.
I compulsivi, invece, per alleviare l'ansia che le riflessioni e i pensieri susciterebbero
passano all’azione. Ma è un’azione automatica, che sfugge al controllo razionale in
quanto più che propositiva è una via di fuga da uno stato di disagio. Non è quindi in
grado di dare sollievo duraturo. Anzi ha l'esigenza di essere ripetuta sempre più
frequentemente.
Nel suo ripetersi compulsivo l'azione elude la presa di coscienza che è in atto una
scelta, diventando fine a se stessa. Ad esempio, l’aiutare gli altri può diventare una
premura così insistente ed assillante da essere soffocante per chi è aiutato e
sproporzionata rispetto alle effettive necessità. Ci sono anche azioni compulsive
inutili (come controllare ripetutamente se abbiamo chiuso il gas, rifare i conti cento
volte...) quando non anche dannose (come il lavarsi ripetutamente le mani fino a
prodursi escoriazioni); ma qui siamo già sul versante patologico.
L'esempio appena fatto dell’aiuto agli altri può essere ampliato con riferimento alla
compulsività nel lavoro. La persona che si sente in dovere di essere sempre attiva e
lavorare può essere molto utile alle esigenze comunitarie. Anzi, l'ambiente stesso,
con le sue richieste, può rafforzare questo atteggiamento senza preoccuparsi delle
motivazioni profonde (e spesso inconsce) che spingono la persona ad agire con tale
generosità. Ma in questo modo non ci si rende conto che si sta rinforzando il senso
di colpa e di inadeguatezza, ossia che si sta esasperando la persona. Qualche volta
sarebbe opportuno rallentare nel dare troppi incarichi, per permettere a persone così
(generalmente individuabili dalla pesantezza con cui fanno fronte agli impegni
quotidiani) di incontrarsi con la paura di sentirsi inutili e non all'altezza della
situazione. La vicinanza di qualcuno che le accompagna con calore ed umanità nel
momento del «vuoto» operativo può essere un dono grandissimo per liberarsi da
dinamiche psichiche immature e lasciare che emerga la domanda: «io valgo per
quello che faccio o per quello che sono?».
Suggerimenti educativi
L'obiettivo di fondo dovrebbe essere quello di ampliare la visione del mondo e di sé
abbastanza costrittiva e limitata che l’O-C mostra di avere. Attorno a questo
obiettivo ruotano i seguenti suggerimenti.
1. Attenzione a non approfittarsi. Come già visto, alcuni tratti ossessivi-compulsivi
posso fare comodo per i programmi e le attività delle istituzioni e possono
rassicurare i formatori sulla bontà e applicazione dell’interessato. Tuttavia
conviene non abusare troppo di questi vantaggi né dormire sonni tranquilli sulla
bontà «apparente». Nel tempo, l’O-C non rimane una formichina laboriosa né si
rivelerà un uomo di convinzioni. Se è in atto una dinamica ossessivocompulsiva,
la gradita forza-lavoro diventerà schiavitù dal senso di colpa e il
senso del dovere rabbia inconscia per la bontà coatta. Le dinamiche psichiche –
anche se, come in questo caso, apparentemente favorevoli – non producono
automaticamente vantaggi morali o spirituali. L’invito dunque è che le istituzioni
e gli educatori non si relazionino a proprio vantaggio con l’O-C, ma siano attenti
alla sua possibile evoluzione o involuzione nel futuro.
2. Favorire l’O-C a prendere contatto con le proprie emozioni, attenuando l'ansia o
la negazione di esse. A causa del bisogno eccessivo di controllo, dirà di non
sentire niente, ma ciò che intende dire è che non può permettersi di esporsi al
pericolo o alla inutilità di sentire. Quelle emozioni possono però essere
recuperate aiutando l’O-C ad osservare il suo modo di comportarsi, almeno
stimolando la curiosità di sapere cosa c’è. Quando, con la fiducia nell’educatore,
egli arriva a permettersi di sentire qualcosa, bisognerà lavorare perché accetti
quei sentimenti e quelle emozioni come parte di sé, e non giunga
immediatamente ad un giudizio, etichettandole subito come buone/cattive,
belle/brutte, positive/negative, utili/inutili. A tal fine valgono alcune distinzioni:
sentire non significa acconsentire; accettare non significa subire; emozione non è
sinonimo di tentazione ma di energia da gestire…
3. In tema di affetti, particolarmente delicati sono quelli circa la colpa e
l’aggressività. Sono sentimenti che l’O-C associa immediatamente ad immagini
di condanna (colpa) e di impulsività sfrenata (aggressività). Li comunica, quindi,
all’educatore trasferendo in lui il senso della tragedia imminente che è la
tragedia con cui li vive dentro di sé. Sta alla calma dell’educatore accogliere quei
sentimenti (senza condannarli e senza approvarli) e da loro tagliare via la
componente tragica (senza sostituirla con quella gioiosa): ci sono, non
determinano l’esito, aspettano di essere guidati. Si tratta, in altre parole, di
educare al rispetto della totalità della vita: proprio perché la vita è vita, essa è
fatta anche di colpa e di rabbia, prudenza e perdita di controllo, calcolo e
rischio… tutte evenienze gestibili senza dover ricorrere al taglio della scure. In
altre parole, l’accettazione dei sentimenti fa leva sulla stima e fiducia che l’O-C
accetta di investire in se stesso, contro il senso di inadeguatezza e umiliazione.
4. Favorire un cambiamento cognitivo della precomprensione illusoria che il
mondo e la vita possano e debbano essere totalmente sotto controllo. Conviene
riflettere insieme sul fatto che la perfezione non è legata all'impeccabilità o al
bisogno di non sbagliare mai, che tollerare l'ambivalenza insita nell'esperienza
umana è un obiettivo degno della maturità. È importante il modo con cui
l’educatore svolge quest’opera di allargamento: non con lo spirito di chi si
accinge a demolire una stupida precomprensione, prodotta da una mente infantile
(ricordiamoci che l’O-C è sempre un po’ permaloso). Meglio farlo prendendo sul
serio la precomprensione stessa: essa è una risposta comprensibile e logica,
elaborata da una persona matura e furba, che ha intravisto bene che la vita da
adulti comporta aspetti di rischio e di pericolo, che è un affare su cui riflettere
ma anche osare e che, proprio per questo, va considerata con serietà. Solo che la
risposta del controllo illusorio non sembra più la più appropriata. Cioè: il
«genio» adulto ha intuito il problema, ma la sua paura infantile lo ha spinto
verso una risposta povera. È importante che la persona stessa impari ad essere
più indulgente verso di sé e a trattarsi in modo più flessibile.
5. Portare a compimento il suo senso del dovere. Come nel punto precedente, non
si tratta di svilire la mentalità da «bravo bambino» o di catalogarla come
difensiva e inconsistente: qualcosa da distruggere e di cui vergognarsi con il
compito (ancora una volta il compito!) di sostituire l’errore con il giusto. Si tratta
di rimettere questa mentalità al suo posto di tappa evolutiva e non di esito: una
acquisizione raggiunta e fin qui, forse, anche adeguata e sufficiente, ma ora non
più (come i tratti ossessivi-compulsivi stanno a dimostrare). Ora ci sono segnali
che dicono che conviene permettersi di essere più personali (e meno ansiosi)
nell'affrontare la vita. Oltre ad individuare gli avvertimenti di crescita presenti,
qui è importante riflettere insieme sulla logica dell’amore e sull’inscindibile
richiamo fra «lo faccio per dovere o per amore?»vii ricordandosi che per l’O-C la
libertà dell’amore – anche se riconosciuta intellettualmente – suona
emotivamente come licenza di fuga, una cosa – dunque – di cui non fidarsi
troppo.
6. Allargare l'immagine interiore di Dio che la persona porta dentro di sé (a livello
emotivo-immediato dato che a livello intellettuale sarà abbastanza elaborata
grazie alle intellettualizzazioni che l’O-C sa produrre): quanto contano gli aspetti
di giudizio, colpa, paura, limite? Quali brani della Parola sono significativi e
quali vengono tralasciati? In che termini sa «disegnare» la sua relazione con
Dio? Come, secondo lui/lei Dio lo/la guarda?
7. L’O-C potrà incominciare a vedere che la visione di sé che aveva era fin troppo
limitata, e potrà permettersi di essere più coraggioso (e meno ansioso)
nell'affrontare la vita quando sarà – di fatto e inequivocabilmente – nel momento
della debolezza e del peccato. Rivivere quel momento alla presenza
dell’educatore significa trasformare in tensione di rinuncia ciò che prima, da
solo, viveva come tensione di frustrazione. Anziché riattivare la testardaggine
del controllo questo tipo di esperienza può innescare la voglia di invocazione e
affidamento. Ciò dipende in larga misura da come l’educatore stesso vive i
propri deragliamenti.
8. L’O-C ha bisogno di una calda cordialità che non sia, però, né invadente né
eccessivamente «vicina». Questi estremi lo spaventano e gli provocano un
ulteriore irrigidimento e chiusura. Anche un’eccessiva o intempestiva indulgenza
riguardo ai limiti e alle colpe che la persona sente di avere potrebbe
ulteriormente irrigidirla. Togliere l’aspetto ossessivo-compulsivo dell’impegno
non significa togliere l’impegno. Anzi!
SCHEDA
Personalità ossessivo-compulsiva
Al polo adattivo evidenziamo le caratteristiche di uno «stile» di personalità, mentre
al polo disadattivo le stesse caratteristiche, per intensità e qualità, si presentano
come dei veri e propri «disturbi» (stile e disturbo non sono la stessa cosa). Sull'asse
tra i due poli si possono trovare posizioni intermedie più o meno gravi.
(Flessibilità) Livello adattivo Livello disadattivo (Rigidità)
Stile Disturbo
Capacità di concentrazione. Analisi minuziosa dei dettagli (più facili da controllare!), ma
perdita della visione d’insieme.
Impegno a fare con competenza e bene. Perfezionismo che non permette di sentirsi soddisfatti del
lavoro fatto e che spinge a non concluderlo mai.
Decisione ponderata, operosa ed efficiente. Indecisione e dubbio cronico. Dilazione eccessiva.
Rispetto delle norme, ma anche delle persone e del bene
comune perché delle norme ne comprende il senso.
Moralismo e legalismo, volontarismo e rigidità nell'applicare
la norma.
Rapporti riservati, ma cordiali; all'occorrenza, nel valutare
le situazioni sa anche lasciarsi andare ai suggerimenti che
vengono dall'affetto.
Apparentemente razionale e controllato, ma formale e
incapace di integrare l’affetto nel vissuto relazionale. Si
irrigidisce in situazioni che chiedono intimità.
Le emozioni disturbanti sono parzialmente consce e
generalmente sotto controllo.
Le emozioni disturbanti sono subito rimosse per cui, agendo
in modo inconscio, portano a reazioni esagerate di rabbia e/o
di evitamento.
L'ansia, presente, ma sotto controllo, non impedisce il
normale svolgimento delle attività.
L'ansia produce un’agitazione sproporzionata alla situazione
che si tenderà di evitare. Sintomi fobici.
Integra l'aggressività nel vissuto ordinario e la sa usare
come energia per affrontare le situazioni difficili.
Inibisce l'aggressività perché l’avverte come forza distruttiva.
Senso del dovere molto alto, ma anche capacità di godere
di ciò che piace.
Senso del dovere costringente, che non permette
autoindulgenza, e concessioni al piacere; sensi di colpa
inibenti.
Predilige il tempo del lavoro e vi dedica molte energie, ma
sa anche distaccarsene.
È interamente assorbito dal lavoro e non riesce a godere dei
tempi liberi e di vacanza; non riposa mai.
Sa fare festa e riposarsi, dedicarsi a interessi personali
(con preferenza per quelli che richiedono attenzione
analitica), ma che trova rilassanti.
Se è costretto a prendersi tempi di vacanza sta male, li
organizza, ma con tensione, come se fossero un lavoro.
Abitudinario, ma capace di flessibilità. Rigido e testardo, si irrita se qualche cosa viene spostato o
cambiato rispetto alla consuetudine o alle previsioni.
Preferisce lavorare da solo, ma sa anche collaborare. Incapace di collaborare con gli altri, a meno che non entrino
nei suoi schemi.
Uso parsimonioso dei soldi, cautela, ma capacità di
condivisione.
Tende all'avarizia, in assenza di tornaconto personale manca
di generosità.

i D. Shapiro, Stili nevrotici, Astrolabio, Roma 1969; G.O. Gabbard, Psichiatria psicodinamica,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1995; L.S. Benjamin, Diagnosi interpersonale e trattamento dei
disturbi di personalità, Las, Roma 1999; L. Sperry, I disturbi di personalità; dalla diagnosi alla
terapia, McGraw-Hill, Milano 2004; V. Lingiardi, La personalità e i suoi disturbi, Il Saggiatore,
Milano 2004.
ii Su questo tema può essere utile utilizzare anche la scheda editoriale, Distinguere i tipi di sofferenza
in «Tredimensioni», 3(2006), pp. 73-74: http://www.isfo.it/files/File/Studi%203D/Terenghi06.pdf
iii Le virgolette segnalano la natura inconscia di tutte queste dinamiche. Per semplicità usiamo in
modo improprio verbi che supporrebbero una deliberata volontà di agire in tale modo.
iv Ci riferiamo qui alla classificazione ufficiale del Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders, (DSM-IV-TR), 2000, pubblicato a cura dell'Associazione Psichiatrica Americana, di
diffusione mondiale.
v
Cf per un approfondimento L. Sperry, Psicologia ministero e comunità, EDB, Bologna 2007, pp.
107-109.
vi Cf N. McWilliams, La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma 1999, p. 315.
vii Per l’intreccio dei due aspetti cf A. Manenti, Vivere gli ideali/2; fra senso posto e senso dato, EDB,
Bologna 2003, pp. 93-108.

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